La prima sala è legata all’abitato, alla vita quotidiana dell’uomo, alimentazione, ai contatti commerciali e attività artigianali. Ci sono aspetti collegati alla religione e alla vita pubblica. L’esposizione dei reperti si apre con 2 vetrine dedicate ai materiali di età prenuragica proveniente da 2 luoghi diversi. Uno in località Canai, e l’altro è sotto l’attuale cittadina di Sant’Antioco. La presenza umana nel territorio di Sant’Antioco è testimoniata almeno dal periodo neolitico finale. L’età della pietra nuova.
Le prime testimonianze riguardano 2 statue di pietra, menhirs di “Su para e Sa Mongia” che si trovano lungo il cordone di terra che collega l’isola di Sant’Antioco alla Sardegna. Queste pietre fitte potrebbero essere connesse alla presenza nelle vicinanze di un villaggio collegato alla cultura di San Michele di Ozieri, sviluppatasi in Sardegna nel IV millennio a.C.. Allo stesso periodo, si riferiscono gli oggetti della vetrina 1. Utensili relativi alla vita quotidiana rinvenuti all’interno dei centri preistorici nell’area del cronicario e in località Canai. Sono prevalentemente ciotole, scodelle, utensili di pietra, come macinelli, ma anche punte di freccia, raschiatoi e lame in ossidiana e selce. Dalla zona di Canai, provengono delle piccole statuette femminili, interpretate come Dee Madre, col corpo stilizzato e seni in rilievo.
Qualche volta raffigurate in posizione seduta. Dall’area vicino alla località Grutti e acqua provengono una serie di coppe e tazze. Queste ceramiche dotate di maniglie laterali e fori, per essere appesi, sono collegati alla cultura di Bonnanaro della prima età del bronzo, e sono stati ritrovati in un piccolo riparo sotto la roccia.
La visita al museo continua con un plastico che ricostruisce il complesso nuragico di “Grutti e acqua” che si trova a sud ovest dell’isola di Sant’Antioco, a circa di 400 metri di distanza dalla costa occidentale. Questo sito comprende: un nuraghe complesso, costituito da una torre centrale, con un bastione, probabilmente dotato da 4 torri.
Il villaggio è visibile solo parzialmente. C’erano numerose capanne tonde, un bacino artificiale per raccogliere le acque piovane, diverse cisterne e un pozzo sacro dedicato al culto delle acque. Nonostante la presenza di numerosi insediamenti nuragici nell’isola di Sant’Antioco, mancano indagini archeologiche. Questo fatto non ci permette di esporre dei reperti relativi alla civiltà nuragica, sviluppatasi nella Sardegna tra il bronzo medio e la prima età del ferro, in un periodo che si colloca tra il 1600 e il 750 a.C.. Nella terza vetrina è esposto l’unico reperto della cultura nuragica; un bronzetto riportato a Sant’Antioco nel 2009. Secondo le indagini condotte dai carabinieri, l’arciere in bronzo fu recuperato clandestinamente dalla località Grutti e Acqua per finire in un museo di Cleveland negli Stati Uniti. Questa statuetta in bronzo è stata fatta con la tecnica della fusione a cera persa e raffigura un arciere con un ricco equipaggio.
Il guerriero è dotato da un arco a doppia curvatura, un bustino e un elmo con delle lunghe corna che si uniscono nella punta.
Completavano l’armamento una custodia per le frecce, un vasetto e una piccola spada appesi sulla schiena.
La mano destra è sollevata in segno di saluto.
Questa statuetta fu un’offerta rituale depositata nel tempio a pozzo di Grutti e acqua dedicata al culto delle acque.
Avanzando nella sala arriviamo alla vetrina n. 4.
Nel piano superiore è possibile osservare pezzi di ceramica micenea e filistea, testimonianze importanti che il Sulcis aveva contatti con l’Oriente nelle fasi che precedono la fondazione degli insediamenti fenici nel Mediterraneo centro occidentale. I piccoli frammenti di ceramica sono prove degli scambi commerciali delle comunità nuragiche con l’oriente già tra il XIII e il IX secolo a.C..
I materiali che seguono provengono dagli scavi archeologici condotti nei resti dell’importante città di Sulky fondata attorno all’ 800 a.C. dai fenici, grazie all’interazione con la locale comunità nuragica nel luogo in cui oggi sorge la città di Sant’Antioco. I fenici sono un’antica popolazione proveniente dalle coste orientali del mediterraneo da una zona corrispondente pressoché l’attuale Libano.
Famosi per la loro abilità marinara, a partire della fine del IX secolo a.C. i Fenici fondarono nuovi insediamenti lungo le coste settentrionali dell’Africa, in Sardegna, in Sicilia, nel sud della Penisola Iberica e anche oltre lo stretto di Gibilterra. Il ripiano inferiore e intermedio della vetrina n. 4 espongono ceramiche di tradizione nuragica del periodo più antico della città fenicia. È testimonianza che c’è stata integrazione tra popolazione locale e nuovi arrivati dall’oriente. Questi reperti, dell’VIII secolo a.C. fanno capire come era la vita quotidiana dell’epoca. Ci sono frammenti di brocche, utilizzate per il versamento del vino, pentole di tradizione locale per la cottura degli alimenti, accanto a piatti fenici caratterizzata dalla tipica colorazione rossa lucente. Inoltre sono presenti reperti ibridi che combinano elementi di due tradizioni artigianali, che danno una testimonianza dell’influenze reciproche tra sardi e fenici. La vetrina numero 5 è dedicata alla città dell’antica Sulky, relativamente ai primi decenni di vita del centro. Qui ci sono varie forme ceramiche fenice risalenti a un periodo tra il 780 a.C. e il 650 a.C.: una coppa di produzione Tiria, coppe di colore rosso brillante, frammenti di brocche, lucerne, porta unguenti, anfore, pentole e piatti. Si trovano anche ceramiche di importazione che testimoniano che i commerci col mediterraneo erano ben sviluppati, come i tripodi siriani, una brocca e una coppa euboica prodotta sull’isola di Ischia (NA) e coppe greche con decorazioni geometriche di vario tipo. I livelli di vita del VII secolo a.C. sono esposti nella vetrina numero 6. Tra gli oggetti più importanti ci sono una varietà di forme ceramiche rosse, anfore, mortai, spiane e porta unguenti Oltre le produzioni locali ci sono anche materie importate come produzioni etrusco corinzie, forme in bucchero, pentole tartessiche proveniente direttamente dal sud della Spagna. La vetrina numero 7 illustra diverse attività artigianali svolte durante le fasi fenicie della città. Nel ripiano inferiore ci sono scarti della lavorazione del ferro trovato nei livelli fenici antichi. Ci sono anche frammenti di forni in ceramica e dei soffiatori utilizzati per insufflare aria nei forni. La trasformazione dei metalli è collegata alle miniere di metallo di Iglesias in uso durante il periodo fenicio, ma anche in fasi successive. Il materiale veniva imbarcato nel porto sulcitano per commercializzarlo via mare, ma anche veniva trasformato localmente per quello che serviva alla città. Nel ripiano superiore abbiamo una selezione dedicata alla lavorazione dell’osso e del corno. Durante le indagini sono state trovate numerose corna di cervo insieme a ossa di animali. Sulla sinistra si notano manici di coltello finemente decorate e risalenti alle prime fasi di vita della città, che mostrano influenza dell’elemento locale sull’artigianato del Sulcis. A destra sono esposti piccoli oggetti in osso della Sulci romana tra cui placchette, applique, dadi, bottoni, un chiavistello e qualche cerniera per mobiletti in legno. Sul muro di sinistra un’ampia illustrazione offre una ricostruzione della Sulchi antica. Alle spalle della città sulle montagne, dove oggi c’è il forte sabaudo, sorgeva un imponente nuraghe polilobato con annesso villaggio.
Per iniziare a scoprire l’età punica possiamo osservare la vetrina 8 che mostra i materiali che provengono dal riempimento di una cisterna usata come discarica nell’area del cronicario. Questi oggetti fanno capire la storia della città facendoci comprendere il progressivo influsso di Cartagine sulla Sardegna e sulla città di sulky. I vari influssi culturali mediterranei si riflettono nella produzione ceramica di matrice punica, che imita nuove forme di ispirazione greca, soprattutto dalla zona dell’Attica. I dati relativi ai livelli di vita punici, soprattutto quelli della fine del IV secolo a.C. sono scarsi. Tra i reperti collegati a questo momento ci sono contenitori usati per la cottura, conservazione e consumo di cibi. Un esempio è rappresentato da un grande bacino simile ai loutheria corinzi usato per la preparazione della semola. Inoltre sono stati rinvenuti frammenti di tannur, un tipo di forno usato per la cottura del pane, insieme a bacini con versatoio, pentole, piatti ombelicate, coppe e brocche di fattura punica. Tra i reperti più importanti c’è una brocca a vernice nera con la raffigurazione di Nike, la dea della vittoria. Accanto a essa è esposta una piccola bambola che non conserva le braccia e gambe mobili e articolate, mentre due matrici di forma conica rappresentano una testa femminile in negativo. A seguire un documento di età cesariana, una base in pietra dolomite per una statua che ha un’inscrizione in 2 lingue. Scritte in caratteri neopunici e successivamente latini. Questo documento ci dà informazioni sul cambiamento e integrazione del centro punico dentro la struttura romana. La presenza di entrambe le lingue, punica e latina, sottolinea sia il forte substrato punico sia l’affermazione della nuova classe dirigente romana. Inoltre l’iscrizione documenta l’esistenza nella città di Sulky-Sulci di un tempio dedicato alla dea Elat dalle chiare origini orientali, nel quale vene eretta una statua onoraria, una pratica tipicamente italica. Nell’iscrizione si trova il termine “arishà” che si traduce con “i migliori”, indicando un’istituzione politica collegiale di origine punica ed interpretata nel latino come il senato di età romana.
I reperti esposti nelle vetrine 9, 10 e 11, provengono dalle recenti campagne di scavo condotte dall’Università degli Studi di Sassari tra il 2001 e 2012 nell’area del Cronicario dove si conservano i resti dell’antico centro di Sulky/Sulci. Durante questi scavi sono stati rinvenuti reperti relativi ad un santuario del periodo romano-repubblicano, in uso tra il III secolo a.C. e il II secolo d.C.. Non è da escludere che il tempio di epoca tardo punica e romana possa aver riutilizzato lo spazio di un precedente luogo sacro fenicio come spesso succede. L’identificazione degli ambienti collegati ad un tempio è legata al ritrovamento di numerosi oggetti votivi che richiamano simbologie collegate a diverse divinità di tradizione punica. Gli abitanti della città, ora sotto il dominio di Roma, erano ancora profondamente impregnati della cultura e della religione punica. Questa sopravvivenza di tradizioni di matrice punica coincide con un processo di integrazione graduale e stabile nella nuova struttura sociale dell’impero romano. La vetrina n. 9 presenta nel ripiano superiore alcuni reperti rinvenuti negli strati di preparazione della strada romana, che indicano della possibile presenza di un antico luogo di culti di epoca fenicia e punica, nella stessa area del tempio repubblicano. Tra essi vi sono frammenti di torciere bronzeo del tipo a corolle rovesciate di origine cipriota risalente alla fine dell’VIII secolo a.C., un piccolo amuleto in avorio raffigurante una sfinge e un rasoio in bronzo. Al V secolo è da riferire il frammento di una terracotta raffigurante una suonatrice di tamburello. La vetrina 10 espone un buon numero di terrecotte votive. Tra i frammenti ci sono volti femminili e parti di figure stanti frammentarie. Importante la presenza degli oscilla, placchette in terracotta con fori per la sospensione, che raffigurano volti maschili giovanili con uno stile ellenistico. Sono anche numerosi i votivi anatomici, tra cui mani che fanno gesti di scongiuro, gambe, piedi e seni. Sul retro di qualche matrice sono incisi caratteri neopunici realizzati prima della cottura. Le iscrizioni sono frammentarie, ma in almeno 2 casi sembra essere scritta la stessa parola, molto verosimilmente un Nome proprio, forse quello dell’artigiano che realizzava le terrecotte. Questo dato è importante perché testimonia l’uso abituale della lingua punica e della scrittura neopunica anche durante l’età repubblicana. Inoltre indica la presenza di botteghe artigianali vicino al tempio, mostrando un collegamento tra attività religiose e commerciali. Nella vetrina 11 troviamo una varietà simile di reperti. Tra cui 3 bruciaessenze che raffigurano il volto di una dea. Una piccola matrice raffigura un’immagine che ricorda la dea Cibele, dea nella natura e degli animali seduta su un trono, preceduta da 4 leoni. Sono esposte lastre di bronzo che rivestivano le pareti o il mobilio del tempio, mentre vi erano anche lamine d’oro e placchette in terracotta raffiguranti angioletti nell’atto della vendemmia. Una scritta latina in un piccolo rettangolo in avorio riporta i nomi di origine punica che sono sopravvissuti nel periodo romano. Il testo frammentario recita: il figlio di Asdrubale pose per grazia ricevuta. Gli utensili miniaturistici presenti nella vetrina suggeriscono un forte legame con la sacralità e la sfera rituale. Una piccola lucerna, uno specchio miniaturistico e delle pinzette in bronzo che richiamano la depilazione come rituale purificatore. Il pannello successivo introduce i temi legati alla vita pubblica nell’età romana, con una ricostruzione ipotetica delle strutture della Sulci-romana scoperte nell’area del cronicario. Le statue di marmo esposte provengono dalla stessa area. Una di grandi dimensioni raffigura un personaggio maschile vestito con la toga, probabilmente un giudice, una seconda statua priva di testa raffigura una figura con abiti panneggiati femminili. Infine un frammento di busto femminile potrebbe rappresentare un’imperatrice. Importanti informazioni sulle istituzioni civili sono fornite da alcune iscrizioni in latino rinvenute nel centro, così come i curricula dei cittadini della aristocrazia locale. Tra questi si ricorda Lucio Cornelio Marcello della tribù Oufentina flamen augustalis, un sacerdote dedicato al culto imperiale, che precedentemente aveva ricoperto il pontificato ed era giunto al vertice del consiglio municipale come quattuorviro e patrono del municipio. Segue una porzione di un mosaico riccamente decorato. Si tratta di un emblema. La parte centrale di un mosaico più grande che decorava il triclinium di una domus romana. Le caratteristiche del mosaico rivelano un forte legame con l’arte dei mosaici della scuola nord africana del II e III secolo d.C.. Nel mosaico sono raffigurate due belve mentre bevono da un bicchiere dal quale sporge un pezzo di vite. Un disegno che richiama il consumo di vino e il suo legame con il dio Bacco. La vetrina n. 12 rappresenta una varietà di reperti legati alla vita quotidiana del periodo romano: ceramica, piatti, brocche, coppe. Ci sono anche delle importazioni come le sigillate italiche con ingubbiatura rossa arancione e con impronta a forma di piede che rappresenta il marchio di fabbrica. E ancora ceramiche africane e ceramiche a pareti sottili. Troviamo utensili usati quotidianamente come ami, chiodi e aghi e pesi da telaio, insieme ad oggetti personali degli abitanti della sulci-romana. Le due statue monumentali di 2 leoni chiudono la sezione espositiva dedicata all’abitato. Sono 2 statue di produzione punica, forse realizzate in occasione della costruzione delle mura della città per essere posizionate ai lati della porta di accesso. Qualche studioso ritiene che la loro realizzazione risalga alla metà del VI secolo a.C. e siano da collegare a una struttura templare. I leoni sono un esempio eccezionale di scultura di grande taglia, realizzazione del periodo fenicio-punico. Un esemplare di leone molto simile, ma realizzato in arenaria, è stato rinvenuto a Tharros nel tempio delle semi colonne doriche. Le influenze stilistiche dell’Oriente Mediterraneo, specialmente dell’area siriana ittita, si intuiscono in alcuni particolari, come la capigliatura e la posizione degli animali. Purtroppo le statue non sono state rinvenute nella loro originaria collocazione. Secondo l’idea più diffusa, le statue dei leoni sono state utilizzate come decorazione durante il periodo romano nell’area dell’anfiteatro e sono state poste non lontano dal tempio dell’acropoli, risalente al II secolo a.C..
Attraverso la porta fiancheggiata dai leoni si passa simbolicamente dal mondo dei vivi, al mondo dei morti e al misterioso pensiero dell’aldilà collegato ad ambienti bui e sotterranei.
Durante la fase fenicia si usava cremare i defunti, questo rituale era diffuso particolarmente nel periodo tra l’VIII e il VII secolo a.C..
Tuttavia, a partire dalla metà del VI secolo, si osserva un cambiamento nelle pratiche funerarie con la diffusione dell’inumazione, un cambiamento collegato all’arrivo di popolazioni dal Nord Africa e all’influenza ed egemonia della città di Cartagine sulla Sardegna.
La celebrazione del funerale comprendeva diverse fasi, tra cui la preparazione del corpo, la sua deposizione nella tomba insieme al corredo funerario composto da varie ceramiche e oggetti personali come amuleti e gioielli, e infine la realizzazione di banchetti funerari in onore del defunto.
Una volta chiusa la sepoltura, talvolta veniva posto un monumento esterno per segnare la tomba e per realizzare i rituali post mortem in memoria dei defunti.
La vetrina n. 13 espone alcuni rari materiali provenienti da donazioni anonime, provenienti dall’antica necropoli fenicia della città di Sulky.
La conservazione e tipologia dei reperti ceramici ha fatto pensare che questi compongano il corredo di accompagnamento di una sepoltura fenicia della seconda metà del VI secolo a.C..
Le tombe appartenute ai più antichi abitanti della città non sono conosciute e sono di difficile individuazione, poiché si tratta di incinerazioni primarie in semplici buche scavate nel terreno.
I defunti venivano cremati e sepolti direttamente nella nuda terra; in altri casi, i resti cremati venivano accuratamente raccolti e deposti all’interno di anfore o crateri utilizzati come urne funerarie.
A differenza del periodo fenicio, la successiva fase punica è caratterizzata dalla presenza di una grande necropoli monumentale unica nel suo genere. Diversamente dalle abitazioni, di cui troviamo pochissimi resti di età punica, l’enorme complesso funerario sotterraneo è un indizio dell’importanza del centro e della numerosità della popolazione di Sulky.
L’impianto funerario di età punica è costituito da tombe sotterranee in uso tra la fine del VI secolo fino al II secolo a.C..
Anche nel caso della necropoli, la sovrapposizione del moderno abitato non consente di conoscere l’estensione totale dell’area funeraria.
Tuttavia, alcuni importanti ritrovamenti e riutilizzi posteriori delle stesse sepolture puniche hanno permesso di ipotizzare che l’impianto funerario si distribuisse in un’ampia fascia di terreno che cingeva a ovest l’antico abitato.
La necropoli, al momento del suo massimo sviluppo, doveva coprire una superficie di circa 10 ettari e si componeva di almeno un migliaio di stanze sotterranee.
Le sepolture collettive ospitavano un grande numero di deposizioni di persone appartenenti agli stessi gruppi familiari.
Le tombe sotterranee, scavate da esperti fossori, sono disposte a livelli diversi e hanno un orientamento che segue la pendenza naturale del terreno.
L’ingresso era garantito da un dromos, un corridoio con scale che discendevano fino al portellone di ingresso della tomba.
Le camere sottoterra hanno forma solitamente quadrangolare e qualche volta presentano nicchie rettangolari costruite nelle pareti della stanza.
Ci sono due tipi principali di tombe: quelle dotate di un pilastro centrale risparmiato durante lo scavo e quelle che presentano un tramezzo che suddivide lo spazio funerario in due, anche se non mancano casi particolari di architettura. Ci sono sarcofagi scavati nella roccia, camere divise in tre e divisioni della camera a grandi nicchie.
Nella tomba 7 PGM è presente un altorilievo raffigurante un personaggio maschile con una lunga barba nera in stile egiziano, vestito con un corto gonnellino e bracciali dipinti in rosso.
Potrebbe trattarsi di una rappresentazione del dio Baal Addir o di una raffigurazione eroica del defunto.
L’intera camera era dipinta con colore rosso con il motivo delle false porte, che simboleggiano il passaggio dell’aldilà.
In altra tomba, chiamata 11 PGM, contenente numerose bare di legno, è stato identificato un particolare sarcofago molto elaborato.
Questo sarcofago era composto da una cassa realizzata con semplici tavole di legno che conteneva una seconda bara con un coperchio scolpito e dipinto. Il coperchio raffigurava la sagoma di una donna vestita con una gonna alata, un abito di origine egiziana che si collega con la dea Iside.
Entrambe queste tombe, con manifestazioni artistiche uniche nel Mediterraneo, sono da attribuire a importanti personaggi o famiglie dell’oligarchia punica di Sulky che hanno svolto un ruolo significativo a livello politico o religioso.
I corredi esposi a partire dalla vetrina 14 mostrano la diversità di materiali che componevano i corredi funerari durante il periodo punico.
Il corredo funerario standard è composto da due brocche rituali, una bilobata e una ad orlo espanso, da un piatto, da un’anfora e da un orciolo; talvolta erano presenti anche lucerne.
Le ceramiche ritrovate, principalmente associate al consumo di pietanze e vino, fanno intuire l’importanza dei banchetti durante i funerali.
La vetrina 14 contiene le brocche rituali, quella bilobata per versare liquidi e quella con orlo espanso per cospargere oli profumati sul corpo del defunto; inoltre, vi sono vasi in ceramica destinati al consumo di alimenti, come i piatti, che a Sulky si distinguono per le particolari decorazioni dipinte in colore nero, rosso e bianco.
Le salme dei defunti erano certe volte accompagnate da piccoli oggetti personali come orecchini in oro, collane in pasta di vetro, scarabei e amuleti.
La vetrina 15 ripropone le consuete forme ceramiche dalla verniciatura rosa lisciata a stecca, con decorazione prevalentemente lineare in nero.
Vicino alle brocche diversi scarabei in diaspro verde prodotti nel centro di Tharros che raffiguravano Iside alata con il figlio Horus, una figura maschile in adorazione verso un disco solare alato. Entrambi in stile Egittizzante.
Un terzo più recente esemplare ritrae un guerriero sull’ovale in stile grecizzante.
La vetrina 16 contiene reperti provenienti da una tomba sotterranea del V secolo a.C., in cui ritroviamo prevalentemente anfore per contenere dei liquidi, le brocche rituali, ma anche un askos, un particolare vaso a forma di uccello usato per versare sostanze oleose.
La stessa funzione di contenitore di sostanze profumate è riservata anche a una lekythos attica a figure nere, un vaso stretto dal collo lungo in cui si riconoscono due figure femminili.
Nel ripiano inferiore si vedono alcune maniglie di bronzo, originariamente parte delle bare di legno, utilizzate per facilitare il trasporto della salma.
Le vetrine n. 17 e 20 offrono un quadro significativo dello scenario artigianale della Sulky di età̀ punica.
La vetrina 17 ha esemplari di oreficeria in oro, argento, ambra, gemme, monili e bottoni in osso. Si tratta di anelli ferma trecce, anelli, collane, bracciali composti da piccole perle in pasta di vetro, con i caratteristici motivi a occhi.
Si distingue tra tutti un anello in oro con una grande rosetta, realizzato con varie tecniche come la granulazione, la filatura dei metalli preziosi e l’impiego di smalti colorati. È un’espressione della perizia degli artigiani dell’epoca.
Un secondo esemplare in oro, presenta sull’ovale la raffigurazione del dio Horus rappresento nella forma di falco con la corona dell’alto e basso Egitto.
A destra un piccolo porta amuleti con la testa di leone in oro che in origine conteneva un piccolo rotolo di papiro con il giudizio sull’anima del defunto.
Ci sono anche collane e anelli in ambra, uno specchio, zanne di cinghiale, diverse forme ceramiche in vernice nera provenienti dalla Grecia.
Nella vetrina n. 18, i corredi rivelano il lungo periodo di utilizzo di alcuni sepolcri, con esemplari che si datano a partire dal V secolo a.C. e oggetti più recenti di 150 anni. Tra essi vi sono le forme di argilla cruda e piccole brocche, depositate nel sepolcro senza essere sottoposte a cottura.
Sempre presenti piccoli oggetti personali come amuleti, anelli, ferma trecce in oro, un anello in argento.
Nella vetrina 19 troviamo i corredi della tomba 9 PGM.
In questa tomba al consueto corredo ceramico si aggiungono due grandi bacini usati per la combustione di legni profumati come dimostrano i carboni rinvenuti al loro interno.
La vetrina 20 contiene esemplari di vari oggetti realizzati in terracotta, tra cui statuine, bruciaprofumi a testa femminile, una protome femminile rappresentante il volto e la capigliatura della dea Astarte, maschere sileniche e piccole placchette in ceramica raffiguranti un volto maschile senza barba.
I numerosi amuleti in pasta di silice rinvenuti nella necropoli riproducono delle divinità legate al mondo dell’antico Egitto.
In quantità notevoli è riprodotto lo ptah-pateco (un piccolo nano deforme), protettore degli artigiani.
A seguire gli occhi Ugiat, rappresentante l’occhio guarito del dio Horus. Il dio Horus è rappresentato anche in forma di uomo con la testa di falco, come piccolo falcone oppure come un bambino con che si porta il dito alla bocca.
Molto documentato anche il serpente Ureo dei faraoni, un cobra in posizione dritta.
Troviamo diverse rappresentazioni della dea Basteth in forma di gatto, il dio Thot è raffigurato in piedi con la testa di ibis o di babbuino, entrambi animali a lui sacri. Thot era in Egitto il dio delle scienze della scrittura e del calcolo, protettore dei medici.
Ma anche in Egitto si pensava che accompagnasse il defunto nella sala del giudizio, dove prendeva nota del risultato della pesatura dell’anima.
La dea Iside è raffigurata in alcuni amuleti nell’atto di allattare il figlio Horo/Arpocrate anche in piedi con una collana e una corona composta da corna di vacca che racchiudono il disco solare.
Tra le parti anatomiche troviamo un organo maschile e la mano che fa un gesto di scongiuro.
Un altro particolare amuleto trovato nella necropoli sulcitana è lo Scarabeo, una riproduzione del coleottero scarabaeus sacer simbolo di rinascita e di autorigenerazione.
Gli scarabei sono realizzati in diversi materiali, tra cui la cornalina, l’agata, il lapislazzuli, la pasta smaltata, l’onice. Particolarmente frequenti sono gli esemplari in diaspro verde, prodotti nella città di Tharros.
Gli scarabei venivano portati nelle collane o montati su monili in metalli preziosi, come dimostra lo scarabeo girevole montato su un anello d’oro, che serviva anche da sigillo.
Sull’ovale di base ci sono delle raffigurazioni di tipo egizio o orientale, successivamente di tipo greco come l’intaglio sullo scarabeo in corniola che rappresenta Eracle che regge con una corda il pomo d’oro.
L’eroe è raffigurato durante la sua undicesima fatica, nel momento in cui cerca di prendere i frutti d’oro custoditi nel giardino delle Esperidi, che simboleggiavano l’immortalità e la conoscenza.
Nella stessa vetrina sono presenti quattro piccoli contenitori porta unguenti in vetro, splendidi esemplari in colore blu, arricchiti da decorazioni a zig zag e spirali di colore giallo e turchese.
I corredi della tomba 3a sono esposti nella vetrina 21. Si tratta di una tomba sotterranea in uso durante il periodo punico avanzato, tra la metà del V e il III secolo a.C..
In questo momento le ceramiche puniche vengono affianchiate da ceramiche che imitano le forme del mondo greco.
Ci sono anche ceramiche in vernice nera direttamente importate dalla Grecia, come grandi e piccole coppe, e lucerne. Nel sepolcro sono stati recuperati due anelli ferma trecce e due anelli in ambra insieme a uno scarabeo smaltato di color turchese: sulla base è presente la figura di un’antilope, estremamente diffuso nel mondo vicino-orientale ed egizio, accanto ad esso un cartiglio faraonico e un serpente ureo.
I materiali della vetrina 22 provengono da tombe in uso tra la tarda età punica e il primo periodo romano, fine quarto – II secolo a.C..
Momento in cui si assiste nuovamente al rito funerario della cremazione, con caratteristiche di tipo ellenistico.
Le tombe dalle quali provengono i materiali sono una importante testimonianza del periodo di cambiamento dall’età punica alla prima epoca romana.
I corredi funerari tardo punici sono molto semplici qualitativamente e quantitativamente. Sono composti da qualche ampolla ceramica per contenere unguenti, ci sono alcuni ritrovamenti straordinari come i resti di un cane.
All’interno delle stesse tombe troviamo le urne di età ellenistica, anfore, brocche e boccali che contengono i resti cremati dei defunti.
Con l’età romana i resti cremati verranno depositati nelle tombe all’interno di contenitori di pietra muniti da coperchio.
Le tombe romane imperiali documentate nella necropoli sono divise in 4 tipi spiegati nei pannelli.
Tombe alla cappuccina, costruite con un letto di grandi tegoloni su cui era deposto il defunto, poi ricoperto con altri tegoloni disposti a doppio spiovente.
Tombe a fossa semplice, scavate nella terra.
Tombe entro anfora, note come enchytrismoi.
Tombe a incinerazione, le ceneri del defunto erano collocate dentro un vaso, anfora, brocca, urna, deposta nel terreno, spesso sormontate da un cippo o una grande pietra.
I corredi provengono principalmente dalle tombe a fossa, datate tra il I e il IV secolo d.C., sono costituiti solitamente da vasi di fabbrica locale riconoscibili dall’argilla chiara, brocchette, coppe, piatti e tazze di produzione nord-africana; ci sono anche lucerne anch’esse provenienti all’Africa del nord, come dimostrano i marchi di fabbrica presenti sul piede.
Nella necropoli romana sono state rinvenuti alcune monete e vasetti di vetro.
Le tombe alla cappuccina erano generalmente povere, non contenevano corredo tranne in alcuni rari casi.
La vetrina 23 contiene i corredi della tomba chiamata della Venere bionda e la tomba del Baro.
Nella prima è stata trovata una piccola statuina in terracotta che mostra la nota iconografia della Venere pudica e che conserva i colori originali.
Insieme ai vasi in terracotta e vetro, sono presenti dei cimbali, uno strumento musicale a percussione suonato facendo sbattere fra loro dei piccoli piatti in metallo.
Nella tomba del Baro oltre al corredo ceramico sono state rinvenute alcune gemme finemente decorate, 7 dischetti in corno raffiguranti motivi magici, e 60 piccole pietre di fiume legate forse allo svolgimento di attività da cui il nome della tomba.
Il ripiano inferiore della vetrina presenta alcuni rinvenimenti importanti della necropoli romana, come una piccola statuina del dio Mercurio, un flautista e delle teste di bovino, ceramica a pareti sottili, una pentola utilizzata come cinerario ed un anello in vetro.
A destra una classe di vasi di produzione sulcitana utilizzati come cinerari datati fra il II e il IV secolo d.C., brocche, anfore, bacini decorati sia con applicazioni plastiche a ditate o a rocchetti, sia soprattutto con una ricca decorazione dipinta a fasce brune sul corpo ondulate ed orizzontali, nonché con brevi pennellate curve che danno un effetto fiamma.
La piccola zona che divide la sala dedicata alla necropoli da quella del Tofet, contenente le vetrine 24 e 25, è dedicata alla collezione Lai, donata al museo da un privato cittadino di Sant’Antioco. Nella collezione ci sono 3 tipi di oggetti: bronzi, vetri, amuleti. Studiando i materiali, è stato possibile ipotizzare la provenienza degli oggetti da contesti funerari. Le divinità rappresentate negli amuleti rivelano un forte legame con l’area sacra del Tofet, in quanto legate alla protezione dei neonati, come Bes, dio egizio rappresentato come un nano, spesso vecchio con la barba lunga, gambe storte e con le piume di struzzo e con la coda. La collezione contiene oltre 400 perle di vetro colorate di forme diverse. Tra i reperti in metallo ci sono bracciali in argento, campanelle in bronzo e fibule, tutti elementi legati alle deposizioni funerarie degli adulti, ma anche caratteristici dei corredi rinvenuti nel Tofet. Il reperto di maggior rilievo storico e archeologico della collezione è un frammento di coppa di argento con una lunga iscrizione in lingua punica che ci informa sulle cariche amministrative della Sulky punica di meta del III secolo a.C. I controllori Magone e Azrumilk, i sufeti Aderbale e Milkyaton, il sommo sacerdote Bodastart. Sala 3 L’ultima sala del museo si apre con un plastico che rappresenta una sezione verticale con gli strati ipotizzati del Tofet. In esso sono collocate le urne e le stele inserite nei vari strati che corrispondono a diversi momenti di utilizzo del santuario. Con questo si vuole offrire uno spaccato delle evoluzioni e del cambiamento avvenuto nel corso dei secoli. Le urne più antiche datate all’VIII secolo a.C. sono esposte nei livelli inferiori, mentre andando verso i livelli superiori si trovano quelle più recenti fino al II secolo a.C.. I reperti esposti provengono tutti da un particolare contesto sacro distintivo delle città fenice e puniche del mediterraneo centrale. Il santuario Tofet di Sulky, fu fondato nei primi anni di vita del centro fenicio. È stato utilizzato fino all’epoca romana. Il termine Tofet derivato da un toponimo citato nella Bibbia indica oggi per gli studiosi un’area sacra a cielo aperto, spesso circondato da un recinto sacro, dove venivano deposti i resti cremati di bambini nati morti o deceduti prematuramente nei primi anni di vita. Fino a poco tempo fa si credeva che il Tofet fosse il luogo dove avvenivano i sacrifici dei primogeniti delle famiglie più importanti. Sacrificati alla divinità Molok per garantire la prosperità della comunità. Indagini scientifiche sulle ossa dei bambini hanno rivelato che si tratta di resti di feti o di piccoli bambini deceduti per cause naturali. La deposizione dei bambini avveniva attraverso una cerimonia specifica. I resti cremati del bambino, o talvolta di un piccolo animale sacrificato, venivano raccolti in un’urna e poi sepolti nel terreno, cosicché venivano simbolicamente consegnati al dio BAAL e Hammon e la dea Tanit, divinità tutelari del santuario. Probabilmente, questo luogo sacro doveva accogliere coloro i quali, al momento della morte, per la loro giovane età, non erano ancora riconosciuti a livello sociale. Seguono le vetrine n. 28, 29, 30 e 31 dedicate ai materiali rinvenuti nel Tofet. Questi reperti sono presentati in ordine cronologico partendo dai più antichi risalenti all’VIII a.C. fino al II secolo a.C.. Nelle vetrine 28 e 29 sono esposte le urne utilizzate durante l’VIII e il VII secolo a.C., principalmente pentole per la cottura degli alimenti che assomigliano a quelle riscontrate nell’abitato contemporaneo. Tra queste pentole spiccano quelle di tradizione nuragica con un solo manico, come i bollilatte, realizzati a mano senza l’uso del tornio e caratterizzati dall’ansa a gomito rovescio con l’attaccatura inferiore allargata. Negli strati più antichi del Tofet ci sono anche boccali, brocche, anfore alcuni importati dall’oriente. La presenza di alcuni contenitori di artigianato sardo insieme alle forme fenice dentro questo santuario dimostra i legami tra le due comunità nei primi decenni di vita del centro. Dimostrando appunto la presenza di famiglie miste sardo-fenicie. Accanto alle urne sono esposti vasi che riproducono in versione miniaturistica forme fenice e forme di tradizione nuragica che compongono il corredo di accompagnamento dei piccoli defunti, spesso trovati intorno o dentro le urne cinerarie. Gli amuleti esposti, trovati dentro le urne, servivano per proteggere i bambini nel loro viaggio nell’aldilà. Essi richiamano l’infanzia e la fertilità come i vari amuleti, le cipree e le statuette in terracotta. Nel ripiano inferiore della vetrina 29 è presente un raro esemplare di biberon in ceramica del VII secolo a.C.. Questo piccolo contenitore presenta un beccuccio esterno dal quale il bambino poteva bere, e una cannula interna che impediva la fuori uscita dei liquidi, quando il biberon veniva inclinato. Nel ripiano superiore si trova un piccolo vaso in faience, raffigurante Hapi il dio egiziano del Nilo, rappresentato in forma umana che stringe tra le mani un vaso canopo. Sopra di esso è presente una rana, che simboleggia la vita e la rigenerazione. Questo vaso prodotto sull’isola di Rodi serviva per vaporizzare dei liquidi preziosi soffiando sulla testa della divinità. I profumi uscivano dalla bocca della rana. Osservando le vetrine 30 e 31 si può notare che a partire del V secolo a.C. vengono utilizzate forme standardizzate, principalmente pentole, come contenitori delle urne del Tofet. Si tratta di pentole dotate di 2 manici realizzate al tornio. Queste sono accompagnate da amuleti, conchiglie e terrecotte figurate, come frammenti di maschere o statuine di forma umana in atteggiamenti rituali.
La piccola zona che divide la sala dedicata alla necropoli da quella del Tofet, contenente le vetrine 24 e 25, è dedicata alla collezione Lai, donata al museo da un privato cittadino di Sant’Antioco.
Nella collezione ci sono 3 tipi di oggetti: bronzi, vetri, amuleti.
Studiando i materiali, è stato possibile ipotizzare la provenienza degli oggetti da contesti funerari.
Le divinità rappresentate negli amuleti rivelano un forte legame con l’area sacra del Tofet, in quanto legate alla protezione dei neonati, come Bes, dio egizio rappresentato come un nano, spesso vecchio con la barba lunga, gambe storte e con le piume di struzzo e con la coda.
La collezione contiene oltre 400 perle di vetro colorate di forme diverse.
Tra i reperti in metallo ci sono bracciali in argento, campanelle in bronzo e fibule, tutti elementi legati alle deposizioni funerarie degli adulti, ma anche caratteristici dei corredi rinvenuti nel Tofet.
Il reperto di maggior rilievo storico e archeologico della collezione è un frammento di coppa di argento con una lunga iscrizione in lingua punica che ci informa sulle cariche amministrative della Sulky punica di meta del III secolo a.C.
I controllori Magone e Azrumilk, i sufeti Aderbale e Milkyaton, il sommo sacerdote Bodastart.
Sala 3
L’ultima sala del museo si apre con un plastico che rappresenta una sezione verticale con gli strati ipotizzati del Tofet. In esso sono collocate le urne e le stele inserite nei vari strati che corrispondono a diversi momenti di utilizzo del santuario.
Con questo si vuole offrire uno spaccato delle evoluzioni e del cambiamento avvenuto nel corso dei secoli.
Le urne più antiche datate all’VIII secolo a.C. sono esposte nei livelli inferiori, mentre andando verso i livelli superiori si trovano quelle più recenti fino al II secolo a.C..
I reperti esposti provengono tutti da un particolare contesto sacro distintivo delle città fenice e puniche del mediterraneo centrale.
Il santuario Tofet di Sulky, fu fondato nei primi anni di vita del centro fenicio.
È stato utilizzato fino all’epoca romana.
Il termine Tofet derivato da un toponimo citato nella Bibbia indica oggi per gli studiosi un’area sacra a cielo aperto, spesso circondato da un recinto sacro, dove venivano deposti i resti cremati di bambini nati morti o deceduti prematuramente nei primi anni di vita.
Fino a poco tempo fa si credeva che il Tofet fosse il luogo dove avvenivano i sacrifici dei primogeniti delle famiglie più importanti. Sacrificati alla divinità Molok per garantire la prosperità della comunità.
Indagini scientifiche sulle ossa dei bambini hanno rivelato che si tratta di resti di feti o di piccoli bambini deceduti per cause naturali.
La deposizione dei bambini avveniva attraverso una cerimonia specifica.
I resti cremati del bambino, o talvolta di un piccolo animale sacrificato, venivano raccolti in un’urna e poi sepolti nel terreno, cosicché venivano simbolicamente consegnati al dio BAAL e Hammon e la dea Tanit, divinità tutelari del santuario.
Probabilmente, questo luogo sacro doveva accogliere coloro i quali, al momento della morte, per la loro giovane età, non erano ancora riconosciuti a livello sociale.
Seguono le vetrine n. 28, 29, 30 e 31 dedicate ai materiali rinvenuti nel Tofet.
Questi reperti sono presentati in ordine cronologico partendo dai più antichi risalenti all’VIII a.C. fino al II secolo a.C..
Nelle vetrine 28 e 29 sono esposte le urne utilizzate durante l’VIII e il VII secolo a.C., principalmente pentole per la cottura degli alimenti che assomigliano a quelle riscontrate nell’abitato contemporaneo.
Tra queste pentole spiccano quelle di tradizione nuragica con un solo manico, come i bollilatte, realizzati a mano senza l’uso del tornio e caratterizzati dall’ansa a gomito rovescio con l’attaccatura inferiore allargata.
Negli strati più antichi del Tofet ci sono anche boccali, brocche, anfore alcuni importati dall’oriente.
La presenza di alcuni contenitori di artigianato sardo insieme alle forme fenice dentro questo santuario dimostra i legami tra le due comunità nei primi decenni di vita del centro.
Dimostrando appunto la presenza di famiglie miste sardo-fenicie.
Accanto alle urne sono esposti vasi che riproducono in versione miniaturistica forme fenice e forme di tradizione nuragica che compongono il corredo di accompagnamento dei piccoli defunti, spesso trovati intorno o dentro le urne cinerarie.
Gli amuleti esposti, trovati dentro le urne, servivano per proteggere i bambini nel loro viaggio nell’aldilà.
Essi richiamano l’infanzia e la fertilità come i vari amuleti, le cipree e le statuette in terracotta.
Nel ripiano inferiore della vetrina 29 è presente un raro esemplare di biberon in ceramica del VII secolo a.C..
Questo piccolo contenitore presenta un beccuccio esterno dal quale il bambino poteva bere, e una cannula interna che impediva la fuori uscita dei liquidi, quando il biberon veniva inclinato.
Nel ripiano superiore si trova un piccolo vaso in faience, raffigurante Hapi il dio egiziano del Nilo, rappresentato in forma umana che stringe tra le mani un vaso canopo.
Sopra di esso è presente una rana, che simboleggia la vita e la rigenerazione.
Questo vaso prodotto sull’isola di Rodi serviva per vaporizzare dei liquidi preziosi soffiando sulla testa della divinità.
I profumi uscivano dalla bocca della rana.
Osservando le vetrine 30 e 31 si può notare che a partire del V secolo a.C. vengono utilizzate forme standardizzate, principalmente pentole, come contenitori delle urne del Tofet.
Si tratta di pentole dotate di 2 manici realizzate al tornio.
Queste sono accompagnate da amuleti, conchiglie e terrecotte figurate, come frammenti di maschere o statuine di forma umana in atteggiamenti rituali.